article for Il Manifesto about the 18th edition of the New York Jewish Film Festival
By Daniele Salvini on 29 Jan 2009, 22:52 - articles - Permalink
[it] Abbiamo scritto per FILMLIF il 27 gennaio un articolo sul quotidiano nazionale Il Manifesto
APERTURA | di Marina Catucci, Daniele Salvini - NEW YORK
NEW YORK JEWISH FILM FESTIVAL Si è aperta la 18/ma edizione Fiction e
documentari per cucire il difficile dialogo fra ebrei e arabi
«Quando ero piccola pensavo che tutti al mondo fossero comunisti e che tutti
fossero ebrei». Così parla, ricordando la sua infanzia passata nelle co-op,
un'anziana signora nel documentario At Home In Utopia di Michal Goldman, film a
cui è stata affidata l'apertura della 18/ma edizione del New York Jewish Film
Festival che si svolge in questi giorni al Lincoln Center, in collaborazione
con il Jewish Museum. Ad ogni edizione del festival la percentuale di
documentari rispetto alle fiction aumenta, spiega la direttrice Aviva
Weintraub. «Quest'anno abbiamo inaugurato con un documentario newyorchese che
raccontava la nascita di una cooperativa abitativa negli anni Venti nel Bronx
per opera di una comunità di ebrei comunisti. Alla proiezione sono stati
presenti oltre agli autori e agli intervistati, anche i discendenti delle
persone che avevano costruito e abitato quelle case e alcune persone che vi
abitano ancora adesso». Se si pensa che la prima edizione del Festival nel 1992
comprendeva 11 film e durava una sola settimana, anno dopo anno la rassegna si
è ingrandita includendo nella programmazione non più esclusivamente film
provenienti dall'ex Unione Sovietica e dai paesi dell'Est Europa, ma aprendosi
a film di tematica ebraica di qualsiasi parte del mondo. Un festival, questo di
New York, che trasmette la volontà di dialogo con il passato, con l'altro, con
la propria cultura e espone una raffinata ricerca del mezzo espressivo. «Negli
anni scorsi arrivavano molti film dall'Italia - ha aggiunto Aviva Weintraub -
quest'anno invece non ne è arrivato nessuno. Mi piacerebbe lanciare un invito
ai cineasti italiani perché ricomincino a mandarci film su tematica ebraica. Il
fare cinema ha sempre rappresentato l'occasione per esprimere le proprie
emozioni o per esplorare situazioni complesse durante i momenti di conflitto.
Il cinema supera gli stereotipi, aiuta ad aprire gli occhi e la mente più di
quanto possa fare un telegiornale». L'edizione 2009 comprende 32 opere
provenienti da 15 diverse nazioni a cui si aggiungono le proiezioni speciali
dedicate a Solomon Mikhoels, presidente del Comitato ebraico anti fascista,
attore e direttore artistico del Goset (il teatro yiddish di Mosca) ed una
delle prime vittime della persecuzione ebraica perpetrata da Stalin. Nei venti
e più giorni della rassegna vengono esplorate le diverse anime di una
cinematografia dai confini vasti che comprende il film franco-algerino The
Wedding Song, di Karin Albou dove si racconta l'amicizia tra una ragazzina
ebrea ed una mussulmana in un quartiere povero di Algeri durante la seconda
guerra mondiale; il film israeliano Yideshe Mama di Gennady Kuchuk che mostra
la reazione poco appropriata della madre alla notizia del suo fidanzamento con
una ragazza etiope. Il documentario svedese Young Freud in Gaza di PeA
Holmquist e Suzanne Khardalian segue invece uno psicanalista di Gaza che lavora
con pazienti affetti da stress nervoso post-traumatico causato dal permanente
conflitto israelo-palestinese. In My Father's Palestinian Slave di Nathanel
Goldman ad essere messa in evidenza è la differenza di approccio tra due
generazioni diverse di pacifisti israeliani, dove il figlio rimprovera al padre
l'atteggiamento rassegnato davanti all'ineguaglianza sociale. Fra gli esponenti
principali del nuovo cinema israeliano, c'è Moshe Mizrahi che propone col suo
Weekend In Galilee una rivisitazione di Zio Vanya. Darling! La sua è la storia
dell'attore e drag queen ebreo sudafricano Pieter-Dirk Uys. Ciò che unisce i
documentari ai film di fiction, al di là della tematica ebraica, è l'uso
narrativo delle immagini d'archivio, dove filmati e foto dalle diverse testure
e provenienti da epoche diverse si mescolano a materiali contemporanei, girati
con supporti digitali talvolta ripresi direttamente da un monitor Lcd dai
grossi pixel. Il Bronx che vediamo nel film di apertura del festival (At Home
In Utopia) è quello attuale, mischiato però a quello in bianco e nero degli
inizi del '900, in cui i comitati socialisti e comunisti di New York si
riunivano per organizzare volantinaggi. In più, vengono inseriti filmati degli
anni 50, dalle tinte rossastre, che mostrano gli arrivi nel quartiere delle
famiglie black e i primi matrimoni misti all'interno della comune, in una zona
all'epoca completamente bianca, come raccontato nelle interviste di anziane
signore ebree dell'est Europa, diventate nonne di giovanotti neri nell'epoca
della Black Exploitation. I ricordi per immagini, la memoria presente nelle
opere è fatta di testure diverse che vengono utilizzate non come parentesi
didascaliche della narrazione, ma come parte essenziale della storia, così come
la colonna sonora di Nina Hagen accompagna i momenti più intensi della vicenda
delle due ragazzine di Algeri in un film dove solo la recitazione delle attrici
ricorda che stiamo vedendo una fiction del 2008 e non un documentario, ma una
volta oltrepassati gli elementi di differenza visiva, la memoria e la
rappresentazione dell'attualità lasciano un quadro complessivo composto da
nozioni immagazzinate ed esperienza contemporanea.
