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25 Apr 2009

TFF: Stay Cool

Stay cool si può tradurre con: Stai calmo, Mantieni la freddezza o Resta ganzo; tutto insieme. E' un espressione un pò adolescenziale che si adatta perfettamente al tema del film dei fratelli Polish, appunto la seconda adolescenza. Il protagonista del film è Henry McCarthy (Mark Polish che ha anche scritto il soggetto) uno scrittore affermato di quasi 40 anni che torna nella sua cittadina di provincia perché invitato a scrivere il discorso di saluto per i maturandi dell'anno 2008 del suo ex liceo. La sua valigia si perde in aeroporto ed egli si ritrova a dover indossare i vestiti di quando aveva 17 anni, rivestendo letteralmente i propri stessi panni di 20 prima. La sua cameretta con i poster alle pareti, lo stereo compatto, gli amici. Il dover tornare a scuola dove i professori sono impietriti nel ruolo di docenti e per i quali chiunque è un alunno, si mischia al suo rapporto con i genitori, per cui a cena, vestito da ragazzino degli anni 80 l'affermato scrittore si sente chiedere dalla mamma "Come è andata a scuola oggi?", senza troppo stupore. Ripiombare nella propria adolescenza e negli anni 80 lo porta a ricontattare la ragazza di cui era innamorato (Winona Ryder), che è a sua volta tornata da pochi giorni a vivere con la madre, causa rottura con il fidanzato allenatore della squadra del liceo, così la falla temporale si completa, accompagnata dalla musica di vent'anni prima: gli Smiths quando ci sono pene amorose non tradiscono mai.



La vera peculiarità del film sono i fratelli Mark e Michael Polish, indipendenti per vocazione e scelta; il loro primo film è stato accettato al Sundance Festival e con il secondo film, Jackpot, hanno vinto il premio John Cassavetes. In seguito hanno rifiutato le offerte di lavori commerciali hollywoodiani preferendo ipotecare la propria casa per autoprodurre un nuovo film, Northfork. Fortunatamente il film ha avuto successo come anche i seguenti e il loro libro: Declaration of Independent Filmmaking, un Do-It-Yourself per registi volutamente indipendenti. "Si tratta di fare il duro lavoro di andare in giro a cercare soldi per fare un film indipendente -ha detto Mike Polish durante la tavola rotonda- oppure di aspettare per 3 o 4 anni perchè i soldi arrivino da una major per poi non poter fare esattamente quello che vorresti fare. E' una scelta, si sceglie di seguire lo stesso processo che si segue all'inizio, quando si producono i primi film, più piccoli, nel proprio studio. Lavorare da indipendenti elimina anche tutti i probloemi di comunicazione, quelli per i quali aspetti risposte per settimane. Tra di noi passa al massimo un giorno".

Seguendo questo principio sono riusciti ad affrontare le riprese di due film uno dopo l'altro a poche settimane di distanza, Manure e Stay Cool, utilizzando gli stessi materiali. La loro casa di produzione, Prohibition film, è stata fondata con Ken Johnson, Janet DuBois, e Jonathan Sheldon, con cui collaborano dai primi lavori. Sapendo tutto questo si rimane un pò delusi se ci si aspetta un film indipendente come da immaginario classico: pellicola scaduta o il digitale-come-linguaggio, immagini sporche e contenuti duri. Stay Cool, invece ha una storia lineare per quanto surreale, ci sono attori famosi (oltre Winona Ryder e Mark Polish recitano Hillary Duff e Sean Astin), la fotografia è pulita, la regia non ha particolari voli. "Questo film appare più piatto e commerciale - dice il regista - ma per la fotografia ci siamo ispirati ad Andy Warhol. Warhol prendeva delle icone dell'immaginario collettivo e le riproduceva serialmente con colori vividi e innaturali, noi abbiamo usato lo stesso tipo di immagine applicando questa idea alla provincia: le case, le macchine, i cartelli stradali, rendendole un pezzo d'arte"

l'America trasuda da ogni fotogramma e non solo per la fotografia di ispirazione warholiana, ma ad esempio la sindrome da prom, il ballo di fine anno, che esclude ogni tipo di riflessione diversa. I ragazzini del film (sia quelli di 17 anni che quelli di 37) possono occuparsi solo del proprio microcosmo. "Quei 4 anni di superiori sono un inferno, una gabbia di torture per teen ager - dicono entrambi gli attori presenti, Sean Astin e Mark Polish - non ne puoi scappare, è un passaggio sociale obbligato della cultura americana"

22 Apr 2009

TFF: opening night, Whatever Works

[it] "Come molti mi sono innamorata di New York attraverso i film di Woody Allen" ha detto ieri alla conferenza stampa di apertura Jane Rosenthal, ed oggi il festival si inaugura con il nuovo film del regista newyorkese tornato a girare nella sua città dopo cinque anni. Whatever Works, che uscirà nelle sale americane a giugno, racconta di un ricco e anziano professore di fisica, perfetto alter ego del regista per nevrosi, estrazione sociale e manie, che lascia il suo lavoro per delle lezioni di scacchi e il suo ricco appartamento uptown per perdersi nei menadri di downtown innamorandosi di una ragazza più giovane e sbandata che scappa dal sud. Sono presenti tutti i topoi della commedia di Allen: Manhattan, gli opposti, la comicità ebraica, la surreale perfezione del perbenismo borghese e la botta di assurdo che la sconquassa.

La folla davanti al cinema, lo Ziegfeld Theatre, è il benentornato per Woody Allen e l'inizio del Tribeca che quest anno ha cambiato direttore. Il nuovo direttore artistico del Tribeca Enterprises è Geoff Gilmore (newyorkese cresciuto a Long Island), passato al Tribeca dopo quasi due decenni al Sundance mentre lo storico direttore Peter Scarlet è ora il direttore del Abu Dhabi's Middle East Film Festival Tutto questo si inserisce in un quadro di cambiamento complessivo per il panorama del cinema newyorkese; in questo periodo l'istituzionale Film Society del Lincoln Center sta vivendo un piccolo terremoto con l'arrivo del nuovo direttore esecutivo, bussines oriented, Mara Manus, la casa di distribuzione indipendente New Yorker Films ha chiuso il proprio negozio un paio di mesi fa, la competizione tra le offerte cinematografiche indipendenti e quelle ad alto budget è esacerbata dalla recessione e dai tagli che gli sponsor stanno operando.

In questo quadro il problema della distribuzione è centrale: il crescente (ormai cresciuto) numero di film indiependeti che vengono prodotti ad alta qualità e basso budget, agevolati dalle meraviglie della tecnica, si sommano al numero di film ad alto budget ed entrambi non hanno più sbocco distributivo. In più c'è la crisi. Nella città dove il concetto di cinema indipendete si è formato e codificato tutto questo è accolto quasi come una bella notizia. Bisognerà inventarsi qualcosa di nuovo. "Per il cinema indipendente è fondamentale trovare metodi alternativi per raggiungere un'audience - ha affermato Gilmore - `E necessario che le istituzioni festivaliere si riesaminino, se non cambieranno saranno destinate a scomparire in un decennio"

Il Tribeca FF apre con la prima di Woody Allen in questo clima di incertezze e ridotto nel numero di film presenti, con meno fondi, concentrato sui problemi pragmatici della distribuzione, importanti tanto quanto i contenuti dei film. Nei prossimi giorni ci saranno le proiezioni dei nuovi lavori di Spike Lee, Soderbergh, Kirk, ma anche le tavole rotonde sul futuro della fruibilità del cinema perchè fino ad ora si è esultato per le prossibilità di poter produrre bei film a basso costo ma il canale distributivo non è cambiato, ed è adesso intasato di prodotti che si accavallano uno all'altro per poter vedere la luce di una sala cinematografica. Non resta altro da fare che uscirne, resta da scoprire dove andare.

17 Feb 2009

the article for Il Manifesto has an echo

[en] The network Jews Against the Occupation has linked our article about the Jewish Film Festival
[it] la rete degli Ebrei Contro l'Occupazione riporta il nostro articolo sul Jewish Film Festival

29 Jan 2009

article for Il Manifesto about the 18th edition of the New York Jewish Film Festival

[en] We wrote for FILMLIF on january 27 an article on the Italian newspaper Il Manifesto
[it] Abbiamo scritto per FILMLIF il 27 gennaio un articolo sul quotidiano nazionale Il Manifesto

APERTURA | di Marina Catucci, Daniele Salvini - NEW YORK
NEW YORK JEWISH FILM FESTIVAL Si è aperta la 18/ma edizione Fiction e documentari per cucire il difficile dialogo fra ebrei e arabi
«Quando ero piccola pensavo che tutti al mondo fossero comunisti e che tutti fossero ebrei». Così parla, ricordando la sua infanzia passata nelle co-op, un'anziana signora nel documentario At Home In Utopia di Michal Goldman, film a cui è stata affidata l'apertura della 18/ma edizione del New York Jewish Film Festival che si svolge in questi giorni al Lincoln Center, in collaborazione con il Jewish Museum. Ad ogni edizione del festival la percentuale di documentari rispetto alle fiction aumenta, spiega la direttrice Aviva Weintraub. «Quest'anno abbiamo inaugurato con un documentario newyorchese che raccontava la nascita di una cooperativa abitativa negli anni Venti nel Bronx per opera di una comunità di ebrei comunisti. Alla proiezione sono stati presenti oltre agli autori e agli intervistati, anche i discendenti delle persone che avevano costruito e abitato quelle case e alcune persone che vi abitano ancora adesso». Se si pensa che la prima edizione del Festival nel 1992 comprendeva 11 film e durava una sola settimana, anno dopo anno la rassegna si è ingrandita includendo nella programmazione non più esclusivamente film provenienti dall'ex Unione Sovietica e dai paesi dell'Est Europa, ma aprendosi a film di tematica ebraica di qualsiasi parte del mondo. Un festival, questo di New York, che trasmette la volontà di dialogo con il passato, con l'altro, con la propria cultura e espone una raffinata ricerca del mezzo espressivo. «Negli anni scorsi arrivavano molti film dall'Italia - ha aggiunto Aviva Weintraub - quest'anno invece non ne è arrivato nessuno. Mi piacerebbe lanciare un invito ai cineasti italiani perché ricomincino a mandarci film su tematica ebraica. Il fare cinema ha sempre rappresentato l'occasione per esprimere le proprie emozioni o per esplorare situazioni complesse durante i momenti di conflitto. Il cinema supera gli stereotipi, aiuta ad aprire gli occhi e la mente più di quanto possa fare un telegiornale». L'edizione 2009 comprende 32 opere provenienti da 15 diverse nazioni a cui si aggiungono le proiezioni speciali dedicate a Solomon Mikhoels, presidente del Comitato ebraico anti fascista, attore e direttore artistico del Goset (il teatro yiddish di Mosca) ed una delle prime vittime della persecuzione ebraica perpetrata da Stalin. Nei venti e più giorni della rassegna vengono esplorate le diverse anime di una cinematografia dai confini vasti che comprende il film franco-algerino The Wedding Song, di Karin Albou dove si racconta l'amicizia tra una ragazzina ebrea ed una mussulmana in un quartiere povero di Algeri durante la seconda guerra mondiale; il film israeliano Yideshe Mama di Gennady Kuchuk che mostra la reazione poco appropriata della madre alla notizia del suo fidanzamento con una ragazza etiope. Il documentario svedese Young Freud in Gaza di PeA Holmquist e Suzanne Khardalian segue invece uno psicanalista di Gaza che lavora con pazienti affetti da stress nervoso post-traumatico causato dal permanente conflitto israelo-palestinese. In My Father's Palestinian Slave di Nathanel Goldman ad essere messa in evidenza è la differenza di approccio tra due generazioni diverse di pacifisti israeliani, dove il figlio rimprovera al padre l'atteggiamento rassegnato davanti all'ineguaglianza sociale. Fra gli esponenti principali del nuovo cinema israeliano, c'è Moshe Mizrahi che propone col suo Weekend In Galilee una rivisitazione di Zio Vanya. Darling! La sua è la storia dell'attore e drag queen ebreo sudafricano Pieter-Dirk Uys. Ciò che unisce i documentari ai film di fiction, al di là della tematica ebraica, è l'uso narrativo delle immagini d'archivio, dove filmati e foto dalle diverse testure e provenienti da epoche diverse si mescolano a materiali contemporanei, girati con supporti digitali talvolta ripresi direttamente da un monitor Lcd dai grossi pixel. Il Bronx che vediamo nel film di apertura del festival (At Home In Utopia) è quello attuale, mischiato però a quello in bianco e nero degli inizi del '900, in cui i comitati socialisti e comunisti di New York si riunivano per organizzare volantinaggi. In più, vengono inseriti filmati degli anni 50, dalle tinte rossastre, che mostrano gli arrivi nel quartiere delle famiglie black e i primi matrimoni misti all'interno della comune, in una zona all'epoca completamente bianca, come raccontato nelle interviste di anziane signore ebree dell'est Europa, diventate nonne di giovanotti neri nell'epoca della Black Exploitation. I ricordi per immagini, la memoria presente nelle opere è fatta di testure diverse che vengono utilizzate non come parentesi didascaliche della narrazione, ma come parte essenziale della storia, così come la colonna sonora di Nina Hagen accompagna i momenti più intensi della vicenda delle due ragazzine di Algeri in un film dove solo la recitazione delle attrici ricorda che stiamo vedendo una fiction del 2008 e non un documentario, ma una volta oltrepassati gli elementi di differenza visiva, la memoria e la rappresentazione dell'attualità lasciano un quadro complessivo composto da nozioni immagazzinate ed esperienza contemporanea.

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