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2 May 2009

TFF: Here and there

Here and There , il film del regista serbo Darko Lungulov, è la storia di due newyorkesi: Robert (David Thornton), un cinquantenne newyorkese di nascita, musicista in crisi personale e creativa, e Branko, (Branislav Trifunovic) un giovane newyorkese di adozione, traslocatore furgoncino-munito che viene da Belgrado. Sapendo che il musicista non è sposato, Branko gli propone $4000 per andare in Serbia e sposare la sua fidanzata permettendole così di ottenere un visto per gli Stati Uniti. Il film si svolge a Belgrado ed a New York e in entrambe le situazioni, quella newyorkese e quella serba, lo sguardo è quello di uno straniero. La New York di Branko non è quella di Manhattan, quartiere intoccabile per chi non è ricco o newyorkese da qualche generazione, ma una periferia dove i tacchi di sex and the city si spezzerebbero dopo due passi. I suoi vicini di casa sono altri newyorkesi d'adozione, la sua vita non è facile, non ha appoggi, non ha punti di riferimento, solo se stesso ed il duo furgone che gli dà di che vivere. Robert non riesce più a suonare, ha perso la casa la donna che lo ospita (Cindy Lauper) lo manda via esasperata dalla paranoia che lo avvolge ed a quel punto l'idea di andare in Serbia a sposare una ragazza sconosciuta gli appare attraente.

David Thornton as Robert

L’arrivo in Serbia (”Country in transition” come la definisce cupamente il tassista) per Robert, è un cambiamento di prospettiva totale. Non conosce nessuno ed è ospite della madre di Branko (Mirjana Karanovic) che lo pensa un collega e caro amico del figlio. La città straniera è il luogo dove si riappacificherà con se stesso, riacquistando umanità, ed uscendo dalla depressione per niente cosmica, ma solo egoriferita che si porta dietro da anni. Questo passaggio accade una volta vestiti (letteralmente) i panni dell’altro. Robert cambia atteggiamento ed espressione dal momento che la madre di Branko da cui è ospite, gli lava e stira gli abiti e gli presta un pigiama del figlio “Sono stato a New York dieci anni filati senza mai tornare in Serbia -dice il regista- Quando finalmente ci sono tornato, una mattina ho trovato il bucato che mi aveva fatto mio padre ed ho visto che tutte le mie magliette che a New York si erano ingiallite, erano ritornate bianche. Questo rapporto con la cura, con l’affetto nelle cose piccole era quello che mi mancava e che nel film mancava anche a Robert prima di arrivare a casa di Branko. Il cinema è fatto con uno schermo grande, per mettere in scena queste piccole cose c'è stato bisogno di renderle a dimensione di schermo, a questo è servita la scena del pigiama ”.

Mirjana Karanovic and David Thornton as Olga and Robert

La fotografia del film sottolinea i cambiamenti di città e sguardo, cambiando testura a seconda che si sia a New York o a Belgrado: piu calda e definita la prima, più cruda e più sgranata la seconda. Il film è anche un ingranaggio produttivo ammirevole: 12 giorni di riprese a New York in 25 location diverse inclusi un ponte e un aeroporto; le riprese a Belgrado sono stete fatte 5 mesi dopo, in 18 giorni con una troupe composta da professionisti serbi, tedeschi, newyorkesi e cinesi. La produzione è stata finanziata in parte dal ministero della cultura di Belgrado e in parte da finanziamenti di privati. Questi non sono numeri e dati, ma lo sforzo determinato del regista a fare il film.

Cyndi Lauper and David Thornton as Rose and Robert

Il regista che vive a New York dal ‘91, per i primi anni ha guidato un furgone di traslochi, ma è acqua passata ed il suo film è in concorso al Tribeca.

30 Apr 2009

TFF: City Island

Jane Rosenthal ha detto spesso durante questa edizione del festival che lei si è innamorata di New York tramite i film di Woody Allen e non le si può dare torto e visto che uno dei film più famosi di Allen è Manhattan spesso si è confuso Manhattan, un quartiere di New York, con l'intera città. Poi è arrivato Spike Lee, la scuola di Brooklyn, è arrivato Smoking e Blu in the Face, altri luoghi sono passati all'immaginario collettivo; in questa edizione del festival Manhattan non ha così tanto spazio e con Raymond De Felitta siamo arrivati davvero ai confini dell'inesplorato: City Island. City Island è un'isola nel Bronx con l'architettura del New England di fine '600, un villaggio di pescatori con una fantastica vista su Manhattan. Vince Rizzo, il protagonista del film interpretato da Andy Garcia, ci è nato e cresciuto ed è un newyorkese doc, il suo panorama parte dalla spieggietta privata e finisce all'empire. Fa la guardia carceraria ma vorrebbe fare l'attore, sua moglie non sa che lui prende lezione di recitazione, lui le fa credere di avere il vizio del poker quando invece va a scuola. La figlia maggiore ha perso la borsa di studio per essersi fatta sorprendere a fumare una canna e per pagare l'università fa la ballerina di lap dance, il figlioletto adolescente ha una passione per le donne obese ("Tu sei un donatore, ami dare piacere" Gli svela nel corso del film la vicina di casa, suo sogno erotico). La moglie non ha segreti all'inizio del film ma si sente poco amata, sola e questo la inacidisce. Insomma una famiglia normale: disturbata e ricca di nevrosi, dove tutti fumano all'insaputa dell'altro, dove ognuno si comporta come pensa che sia l'unico modo per essere accettato. Questo equilibrio viene incrinato il giorno in cui il protagonista scopre che il figlio illeggittimo avuto da una storiella adolescenziale, è stato arrestato ed è in prigione nel carcere dove lavora. Vince decide di prenderlo sotto protezione e lo porta a casa per un mese. Si snodano una serie di eventi, con l'architettura del dramma greco dove si sfiora la tragedia, con tanto di finale con i vicini di casa che potrebbero anche essere il coro, e ben due deus ex machina: il figlio ritrovato e quella che è diventata non l'amante ma la migliore amica della guardia/attore. Raymond de Felitta è un regista indipendente newyorkese, consacrato nel 2000 con il premio del pubblico al Sundance per il film The Two Family House, in questo film il regista gioca, mischiandoli e smascherandoli, con i luoghi comuni. Quando abbiamo intervistato il regista abbiamo fatto una gaffe involontaria chiamando i "luoghi comuni" stereotype, stereotipi, durante la breve intervista prima di una delle proiezioni. "Gli stereotipi sono intrinsecamente un concetto negativo- ha detto De Felitta- Non li ho voluti usare. Gli italoamericani, di cui faccio parte anche io, hanno un grande senso della tradizione e della famiglia, sono calorosi, sono sanguigni, io l'ho messo in scena. Ho anche messo in scena una donna molto grassa che non muore dalla voglia di essere magra ma che è a suo agio col proprio corpo, che si sente bella e agisce con malizia. Tutto il contrario dello stereotipo" In effetti la famiglio Rizzo è una tipica (come ce la immaginiamo) famiglia italoamericana che abita a New York che non è mostrata come la città che ci immaginiamo, il malvivente non si comporta da tale, la brava ragazza riceve dollari nel reggiseno mentre si attorciglia al palo e i due compagni di recitazione non si innamorano ma diventano amici. L'altra protagonista del film è l'area metropolitana "New York è lì-ci ha detto il regista-la si riconosce dallo skyline, ma City Island è lontana da Manhattan anche se può vederla, E' sempre New York e non lo è. La domanda che mi hanno fatto più spesso in questi giorni è stata: perchè proprio City Island? Per caso, avevo già lo script per questo film e in City Island ci sono incappato per caso, ho deciso di ambientare lì la storia perchè rispecchiava la dimensione del mio film. Non l'ho usata come location per rappresentare altro, ma come parte integrante del racconto" Il film è stato prodotto dal regista e da Andy Garcia, sul blog di Raymond De Felitta si trova tutta la saga dei problemi di produzione del film come quello di non avere l'attrice principale fino alla settimana precedente le riprese, la signora Rizzo, poi interpretata da Julianna Margulies.

29 Apr 2009

TFF: Sunspot

Se un lungometraggio indipendente ha problemi a trovare prima produzione e poi distribuzione; un corto, con proporzione inversa al minutaggio, ne ha di più. Ne è un esempio (classico) Macchie di Sole, tradotto in inglese come Sunspot, cortometraggio di Stella di Tocco. Innanzitutto i tempi: scrivere un cortometraggio, sceneggiarlo, farne lo storyboard, occupa un tempo ragionevole nella genesi del prodotto, trovare poi il budget per realizzarlo ne occuperà molto di più. Terminati montaggio, post produzione, finalizzazione anche dopo la partecipazione a festival importanti, rimane il problema della distribuzione. Chi compra i cortometraggi? Distribuirlo in circuiti cinematografici pare impossibile, i cinema non ne proiettano e quando lo fanno è un evento, rimangono le televisioni che diventano l'unico canale distributivo. In sintesi i classici canali di distribuzione sono affetti da immobilismo o da sovraofferte (in effetti la televisione ha uno spazio limitato per la fiction, per sua propria natura) e quelli non classici sono ancora una terra di conquista, con pochi e ascosi referenti a cui rivolgersi. La frase "vendilo su internet" potrebbe diventare una maglietta da distribuire direttamente nelle scuole di cinema. La regista di Macchie di Sole ha percorso (e sta ancora percorrendo) questo cammino, il suo cortometraggio è l'unico film italiano presente al Tribeca; in un quarto d'ora si raccontano le vacanze al mare della dodicenne Francesca in vacanza con la sorella maggiore, il loro rapporto, la relazione della sorella grande con un uomo sposato, il legame di Francesca con un bambino di poco più piccolo ma anni luce lontano dall'adolescenza dove sta entrando lei, si intuisce il rapporto tra l'uomo sposato e sua moglie e si arriva alla fine della storia appagati dalla fotografia e dal contenuto, dall'immagine e dalla sostanza. Il cortometraggio è girato in pellicola così la prima domanda che le abbiamo fatto riguardava proprio il formato scelto: non è già abbastanza difficle autoprodurre un cortometraggio girandolo in HD? "Ma perchè lo hai girato in 35 mm?" . La risposta è idealista: perchè ogni supporto ha un linguaggio diverso e quel cortometraggio presuppone come supporto la pellicola. Vedendo il film in effetti non lo si immagina girato con un formato diverso, ricorda i film degli anni '60, sia per la scelta degli attori, che per l'ambientazione, che per i tempi, per l'uso dei colori, e qua si apre un secondo argomento.

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E'vero, il digitale permette la produzione di lavori che non potrebbero vedere la luce altrimenti, ma è anche vero che non deve o non dovrebbe essere l'unica scelta possibile. La difficoltà a trovare finanziamenti per una produzione indipendente porta alla scelta del digitale come unica scelta possibile, indipendentemente dall'effetto visivo desiderato e la coerenza con il prodotto che si è immaginato. La regista dopo aver cercato finanziamenti istituzionali ed aver bussato a tutte le porte deputate, ha cominciato la lunga strada del found rasing chiedendo soldi ad amici, parenti, conoscenti, per poter mettere insieme la cifra di 17000 euro, necessaria per finanziare Macchie di Sole. Ora Macchie di Sole colleziona premi per i festival del cinema di tutto il mondo, dalla Spagna a Berlino, San Paolo, Torino ed ora al Tribeca. Tutta questa gloria adesso dovrebbe bastare per una vendita televisiva.

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"A cosa stai lavorando ora?" le domandiamo Il nuovo lavoro di Stella di Tocco, La Bambine di Palmi, è in post produzione; un documentario su la Varia, una festa religiosa che si svolge in agosto a Palmi. Per la festa ogni anno viene sceltra viene essere scelta per interpretare la madonna, una bambina con caratteristiche specifiche (capelli neri e lunghi, magra per simboleggiare la povertà), una specie di Bellissima in atmosfera religiosa. Il documentario (sempre autoprodotto ma questa volta girato in digitale) e se ci sono difficoltà a trovare una distribuzione è per una motivazione che suona come un'assurdita: i circuiti cinematografici preferiscono la fiction mentre per le televisioni "è troppo cinematografico". Qualcosa non funziona e non sono i registi.

28 Apr 2009

articolo D di Repubblica su Whoppo

[en] Elisa Pierandrei wrote an article about Whoppo for D di Repubblica
[it] Elisa Pierandrei ha scritto un articolo su Whoppo per D di Repubblica

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26 Apr 2009

TFF: Outrage

Nonostante l'incredibile giornata di sole e nonostante l'orario (le 9.45 del mattino) la sala del cinema Village è piena in occasione della proiezione per la stampa di Outrage, il nuovo documentario di Kirby Dick.

Il documentario prende l'attenzione già dai titoli e arriva direttamente al contenuto: in America i maggiori sostenitori e promotori di leggi omofobiche sono politici (prevalentemente repubblicani) omosessuali non dichiarati, in the closet, che promuovono leggi restrittive e un atteggiamento sociale pericoloso nei confronti degli omosessuali e lo fanno con il sostegno e la consiscendenza dei media mainstream disposti ad avallare l'ipocrisia politica. Kirby Dick è un documentarista dal talento investigativo e narrativo, i suoi ultimi lavori hanno affrontato di petto e senza mezzi termini la MPAA con This Film Is Not Yet Rated ed i suoi criteri di censura irrazionali e manipolatori, il vaticano Twist of Faith, raccontando la storia di un uomo che dopo 20 anni trova il coraggio di rendere pubblica la propria esperienza di ragazzino molestato dal parrocco, dopo aver visto lo stesso parroco ripetere le molestie su altri bambini.



Outrage mostra Washington come il più grande gay club in incognito del mondo "Siamo persone perfette per fare i politici -dice uno degli intervistati, gay dichiarato- Non abbiamo una famiglia dove tornare la sera, possiamo lavorare fino a tardi e la domenica" Ma la maggior parte dei politici americani non pensa che dichiararsi omosessuale sia conveniente, non lo pensa ad esempio il governatore della Florida, Charlie Crist, fiero oppositore dei matrimoni, delle adozioni e dei diritti omosessuali: non lo pensa Ken Mehlman, frequentatore abituale di locali gay che si è occupato della campagna presidenziale di Bush nel 2004 facendo dell'omofobia un cavallo di battaglia per ingraziarsi i votanti evangelici o Larry Craig, senatore dell'Idaho, promotore di leggi restrittive sorpreso nei bagni pubblici di un aeroporto in atteggiamenti bizzarri per un omofobo. Barney Frank, uno dei pochi membri del congresso apertamente omosessuale, afferma nel film che il diritto alla privacy non è diritto all'ipocrisia. Non come principio da anima bella, ma come vero pericolo per gli omosessuali dichiarati che non hanno la scorta della Casa Bianca e che diventano vittime della rabbia ignorante di chi viene fomentato da campagne politiche demonizzanti. Questa caccia alle streghe porta direttamente alle storie di cronaca di ragazzini picchiati a morte perchè omosessuali, adulti torturati da vicini di casa intolleranti, tutta una serie di diritti civili calpestati per difendere una normalità etero che altro non è che il pretesto per raccogliere voti. "Sono cinici, sono calcolatori, usano la carta omofobica come strumento elettorale incuranti dei danni che provocano -ha detto Kirby durante la conferenza stampa dopo il film- e questo è il tratto d'unione con il documentario sulla pedofilia nella chiesa cattolica: l'arroganza del potere, la noncuranza del potere". Un'arroganza che viene protetta dai media, Fox television prima tra tutte. I tanti nomi di politici segretamente omosessuali e pubblicamente ipermoralisti che passano durante il documentario, fanno parte di un bagaglio di notizie diventate pubbliche grazie ai blogger e alla stampa indipendente, non certo grazie alle grandi major televisive dove, a quanto pare, non si assume personale omosessuale a meno che non restino nel closet, come nel caso di Shepard Smith, anche lui omosessuale nell'armadio. Ma non ci si limita ad ignorare ciò che è pubblico nelle televisioni main stream, si cambia anche un po' la realtà e nel documentario vediamo il girato originale di un intervista a Bill Maher fatta dal giornalista della CNN, Larry King, dove Maher parla dell'omosessualità non dichiarata di Ken Mehlman. Vediamo poi come l'intervista è andata in onda, come sono state tagliate le parti spinose. In questa sfilata di ipocrisia, matrimoni di copertura, fidanzamenti nati poco prima la campagna elettorale e finiti subito dopo, brilla la figura dell'ex governatore del New Jersey, Jim McGreevey, che ha ammesso la propria omosessualità spontaneamente, non perchè sorpreso nei bagni della stazione o in una chat tematica ma lo ha ammesso a fianco a sua moglie, spogliandosi di tutto il pesante fardello di normalità erotico-politica che l'aveva accompagnato per anni. Il documentario uscirà a metà Maggio in alcune città americane, tra cui Washington.

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